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Da Alias,
IL MANIFESTO del 6 MARZO
"Mi votu e mi rivotu". I sospiri
di Sepe, Ferrante e Muratori
Divampato anni orsono dagli ottoni di Banda
jonica, con rinforzo drammaturgico di Cristina
Zavaltoni; trasfuso nel temperamento sanguigno
di Cecilia Pitino; ribadito, più a
monte, dalla voce graffiante di Rosa Balistreri
che ne rimodellò le forme in coppia
con Otello Profazio.. Il tormentato "canto
popolare siciliano" di Mi votu e mi rìvotu
si guadagna tre ulteriori e quasi simultanee
riletture. Due di queste, seppur diversissime,
sono da ricondurre al gruppo di lavoro che
ruota intomo a Daniele Sepe, mentre la terza
è opera di CarLo Muratori. Da studioso,
quest'ultimo annovera il brano tra le arie
che ebbero il tempo di passare dagli strati
altolocati della società al popolo,
"nelle trazzere delle campagne e nei
cortili dei rioni popolari.. Accadeva nell'Ottocento
siciliano e sembra la storia dello choro e
della modinha che nel frattempo a Rio precipitano
nel samba. Finemente ornata con riccioli di
chitarra e melismi calibrati, in Sicily (Ass.
Folkstudio/Eko Musik) la versione di Carlo
Muratori trova posto accanto alla furia autobiografica
che sempre Balistreri liberava in Rosa canta
e cunta, vicino a ciuri ciuri. Vitti 'na crozza
e altri evergreen più legati allo stereotipo
del folklore, pezzi forti vituperati da un
secolo di consuetudini e rappresentazioni
edulcorate. Pagine snobbate, in ultima analisi,
sia dalla ricerca etnomusicologica che dall'accademia.
Invece è "classica canzone siciliana
d'autore", un corpus spurio e semicolto,
una teoria di canzuneddi che rivendicano la
forza agglutinante della musica popolare nella
formazione di un'identità isolana.
Lo stile suadente di Muratori offre una soluzione
diplomatica all'insoluta polemica sull'autenticità.
Lui non ricostruisce ma media, mette in gioco
l'approccio individuale, si prende i rischi
e il vento in faccia.
di Marco Boccitto |
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