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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

La lista della spesa marzo 2008

La lista della spesa febbraio 2008

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La lista della spesa maggio 2007

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La lista della spesa gennaio 2007

La lista della spesa dicembre 2006

La lista della spesa novembre 2006

Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Tradizioni e tramutamenti
25 LUGLIO 2000


L’ipotesi è di quelle che ti fanno sobbalzare. Si tratta di provocazioni che tolgono serenità al tuo pigro intelletto, già sfinito da queste assurde temperature estive. Il nostro è un pensiero semplice, da coltivatore diretto. Siamo abituati da anni a rappresentarci il fluire sequenziale del tempo in maniera geometrica, lineare, facilmente riconoscibile. Il passato è il tempo andato, già trascorso, lo “ieri” della mente, contrapposto all’attuale, al tempo presente, che è oggi; ed insieme, loro due, anticipano, preparano, annunciano il domani, il futuro. Fino a qua ci siamo e possiamo abbagnare tranquillamente la brioscia  nella nostra granita di mandorla. Sovrapporre a questa griglia concetti spaziali, territoriali, è il passo successivo. Spazio-tempo, sono questi due archetipi, due criteri primordiali che regolano la nostra cognizione. Una data persona, vissuta duecento anni fa in una data regione geografica, viene da noi considerata, serenamente e senza grandi sforzi, una persona del passato, con accenti linguistici, usi ed abitudini tipici di quel tempo e del luogo dove questa persona è nata ed è vissuta. Sarà forse per questa apparente logicità che si è pervenuti al diffusissimo concetto di “tradizione”, al quale, lo ammetto, molti di noi, mischini, siamo ancorati da sempre e sul quale abbiamo basato innumerevoli riflessioni, progetti  e incazzature. Noi, oggi, siamo il prodotto di tutta una serie di codici comportamentali, che spaziano dalla parlata alla maniera di tagliarsi i capelli, dalla urzata di lumei al caciocavallo, fino ai rapporti erotici; codici che non abbiamo inventato noi; ma che ci siamo limitati ad applicare ed imitare, naturalmente, all’interno di una dinamicità epocale e storica. Nel senso che la urzata fino a cinquant’anni fa si faceva a mano, triturando il ghiaccio a martellate e oggi c’è una macchina che la fa. Ma sempre urzata è. Non abbiamo l’abitudine, o la “tradizione” di dissetarci con noci di cocco o ananas. Questo abbiamo creduto, almeno fino a venerdì 30 giugno 2000. Ebbene, signori miei, ci siamo sbagliati. Spicciatevi a finire quest’ultimo morso di brioscia perché fra poco potrebbe farvi veleno. E, credetemi, lo dico senza alcun sarcasmo, perché la riflessione che vi propongo è realmente una cosa seria, di quelle che val la pena di approfondire (anche se chi vi parla, sulle prime, è stato colto da un lieve conato di “rivesso”).La notte di Giufà è una manifestazione musicale che si tiene a Noto (SR) da sei anni. Mette insieme, in una sola nottata, sino all’alba, il meglio della musica etnica, world, folk….non so come definirla, ma ci siamo capiti. (cfr “Musica e buatte” sullo scorso numero di Vivere). Un’ottima cosa, checchè ne dicano alcuni netini che si sentono un po’ oltraggiati da questa musica e dalle masse giovanili che la rassegna richiama. Ce ne fossero una decina in tutta l’isola di oltraggi come questi. Per l’edizione di quest’anno il buon Ciccio Rametta con Corrado Salemi (infaticabili patron (s) (ci vorrà la s?? Boh! chiedo ad una mia cara amica telematica che mi segnala con solerzia tutti i miei errori grammaticali)) hanno deciso di allungarla La Notte, aggiungendo altre date. Una di queste si è tenuta proprio in quel fatidico 30 giugno di cui sopra: Convegno, concerto, dibattito sul tema “Il futuro della musica del passato”. C’era Daniele Sepe, Marco Boccitto, Valerio Corzani, Io, e lei, la fonte del mio malessere, la causa delle mie notti insonni, il caterpillar che ha sconocchiato le mie fideistiche convinzioni. Lei è Selenia Marabello, antropologa messinese, ccu l’occhi latri. “Ma cos’è - si è chiesta - questa cultura mediterranea di cui tutti ormai parlano? Qual è, in definitiva,  questa tradizione a cui questa cultura fa riferimento e dalla quale noi presumiamo discenda una progenie che ha propri tratti caratteristici, identità uniche ed immutabili? Non è che questa storia sia tutta un’invenzione?!” E così ci ha lasciati. Con questi atroci dubbi. Amminchioluti. Hai voglia a sostenere che il carrettiere siciliano canta in quel certo modo che la sua tradizione gli suggerisce e gli impone; che le lavandaie…, i canti della terra… e bla,bla,bla. Non c’è verso, perché lei, occhi latri, incalza: “Il frutto degli studi degli etnomusicologi sono solo frammenti,  nonostante gli intenti scientifici di sistematizzazione organica. Il magnetofono ha carpito suoni/segni della tradizione non già lontana ma sconosciuta o volutamente dimenticata.” E ancora: “Se la tradizione è una costante reinvenzione di se stessa, quali criteri occorre adottare per individuarne i confini e le possibili combinazioni? Le contaminazioni culturali non creano tradizioni? Nella stratificazione temporale, come nei casi d’invenzione di feste o rituali, quale autenticità è opportuno ricercare?” L’ultima muddica di brioscia è andata a prosciugare quel fondo di granita rimasta nel bicchiere. So già che per riflettere su queste cose avrò bisogno di molto tempo. E di un po’ di fresco.


Carlo Muratori

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