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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

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La lista della spesa febbraio 2008

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La lista della spesa gennaio 2007

La lista della spesa dicembre 2006

La lista della spesa novembre 2006

Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Traccole e campane
18 APRILE 2000


“Chiuri! Chiudi lo sportello, ca cci va ‘a luci! Chiuri!”

Che emozione! Vederlo spuntare, lentamente; dal seme. Poi crescere sempre più sù, puro, bianco. Noi bambini stavamo con il fiato sospeso aprendo gli sportelli della credenza verde-mare, in cucina. Nostra madre aveva adagiato sopra la bambagia inumidita, in un piatto, frumento e  lenticchie. Preparava così, già dopo carnevale, il suo rito della settimana Santa.


“U lauri” nella lingua dei contadini siciliani è il campo di grano; “u laureddu” è il suo diminutivo; sta ad indicare una distesa molto più piccola: grande quanto un piatto, appunto. La messa a dimora de “i laureddi” ci dava il segnale del cambio di stagione. Era ormai da archiviare la festa dei bagordi e dell’allegria. Il carnevale dei fistini, dei coriandoli e delle corde di salsiccia al sugo di maiale era già stato bruciato nella piazza. É tempo di quaresima, ora. I laureddi dovevano essere alti e freschi già per il mercoledì santo.Come ci rimanevano male i miei compagni che portavano “u laureddu” inverdito: gli avevano fatto prendere luce; erano stati curiosi e “priscialori”, ed erano stati puniti per questo. Quelli candidi, infiocchettati, facevano bella mostra di se sull’altare; dritti, come soldati di erba, custodivano e consolavano il Cristo deposto dalla corce.

L’odore in chiesa è quello acre dell’incenso e dei ceri arsi; tutt’intorno l’atmosfera è scura e rarefatta; la avverti dentro di te la gravità della Passione. Tutto porta nell’aria il segno di una ferita: il silenzio  tutt’intorno; le stesse facce della gente, in chiesa, hanno un non so che; qualcosa che ti fa dubitare che si tratti solo di un rito. La settimana Santa scandisce il ritmo dell’anno marcandone fortemente nell’animo popolare una battuta d’arresto e di mesta riflessione. In un tempo in cui tutto veniva regolato dall’orologio soprannaturale del ciclo delle stagioni, la festa è momento di aggregazione sociale, conviviale, ma è anche rappresentazione di un altrove esistenziale. Ogni festa importante cade nel periodo simbolicamente più idoneo e stabilisce ritmi, usi e addirittura diete alimentari adeguate. Non tenere conto di questo antico orologio, come vorrebbe dimostrare la nostra cultura moderna, potrebbe avere esiti drammatici.

L’inverno arriva con le sembianze di un piccolo bambino in fasce, ‘menzu ‘o voi e l’asineddu;   poi cresce e, dovendo dare spazio alla primavera, muore, ed insieme all’inverno trapassa anche quel bimbo, divenuto ormai trentatreenne. Arriva così il risveglio primaverile, la rinascita della natura; solo la morte può dare luogo ad una rinascita. Vi giuro, orbu di l’occhi: noi bambini non capivamo, allora, che l’unica condizione perché nel laureddu spuntasse un filo di vita fosse che qualcosa dovesse morire; marcire e morire. Il significato esoterico, mistico, arcaico ci arrivava in maniera subliminale.

Durante la Passione anche il panorama sonoro, come ogni cosa  viva, deve trasformarsi in qualcos’altro. Le campane della chiesa si legano per tutta la settimana, fino alla notte della Veglia. A scandire i momenti del rito religioso sarà la traccola di legno “lu Venniri Santu è di lignu la campana”. Questo strumento musicale che qualche sprovveduto chiama “attrezzo”, ha una voce stridula e sinistra; a tratti sembra una mitraglia in azione. Il suo ribattuto chiama i fedeli a raccolta per le funzioni sacre, ed accompagna le processioni del Giovedì e del Venerdì Santo. Ed è proprio durante questi riti processionali  che si assiste a quanto di più forte, di più tragicamente suggestivo, di più triste il popolo siciliano abbia potuto mai comporre in materia di musica sacra. Ascoltare i lamenti è stata in assoluto la cosa che mi ha sconvolto di più del canto popolare siciliano. Volendo tentare di descriverli, dubito di essere in grado di scegliere le giuste parole per rappresentarli degnamente. Queste  sono cose che vanno assolutamente ascoltate di prima mano, e vissute nel loro specifico contesto. Per cui, chi può farlo, non perda assolutamente l’occasione di assistere a questi riti dove ancora vengono eseguiti gli antichi lamenti. Sono decine i paesini della Sicilia dove vivono queste tradizioni musicali.

Si tratta generalmente di brani monodici o polivocali (ad una o più voci) che narrano la passione e morte in croce del Cristo. I testi sono spesso in dialetto, ma alle volte possono contenere passaggi  in lingua o addirittura in un latino corrotto e privo di significato.Vengono eseguiti dal coro delle confraternite locali, che li hanno tramandati per tradizione orale. La voce solista esegue la melodia portante del canto, mentre il coro rafforza il tonus finalis con le voci disposte ad accordo. Esistono delle versioni con accompagnamento di banda.

La sensazione che ne ricevi è struggente; non puoi restare insensibile, anche se ascolti solo metal-rock. Stabilisci immediatamente dove sei nato e dove vivi; riconosci le tue coordinate geografiche; realizzi, meglio di qualsiasi cartina, che ti trovi al centro del mar Mediterraneo e che, in barba a tutte le comunità europee,  sei solo a due passi  da Malta e dagli arabi. Che bello, hai ritrovato casa. Questi canti, le loro sinuose melodie, ci raccontano epoche di pacifiche convivenze con popoli che immaginiamo più lontani del temuto necessario. Essi rispecchiano la nostra identità sicula meglio di qualsiasi altra coppola. Nei testi difficilmente troviamo traccia di messaggi metafisici e spirituali. Qui si parla solo del dramma di una madre. Lei che cerca il suo bellissimo figlio “ tu ronna ha vistu a me figghiu passari,               beddu ca nuddu ci pò assimigghiari?"; che chiede al fabbro : "O caru mastru chi sta fannu a st’ura?" e quando saprà che sta per preparare i chiodi della croce, lo implora “Nun li stari a fari, di novu ti la pagu la mastria!” Ed anche per il Cristo Lei è il primo pensiero: “Na sula cosa a mia mi dispiaci, ca va chiancennu la me matri duci.”, poi la guarda e teneramente: “Aviti pacenzia Matri mia”. Una madre che piange un  figlio innocente. Dramma umano, dunque, prima che divino. Era stata la gente del popolo, la più umile, la più povera come i pastori ad accogliere quel bambino. Ora quella stessa gente accoglie e si immedesima in quella madre.  Non a caso non esistono brani di tradizione popolare antica(ch’io sappia) che cantino la resurrezione. La nostra gente conosce troppo bene il dolore, lo recita a memoria come le preghiere della sera; la morte ingiusta “a scanciu”, la sopraffazione del potente e del padrone.  Ha un po’ meno dimestichezza con le resurrezioni. Non che non ci creda, diciamo che si fida poco. Bufalino, sui riti della Pasqua, ricordava: ”Ogni siciliano si sente non solo spettatore ma attore, prima dolente, poi esultante, di un mistero che forse è la sua stessa esistenza.”

 

Carlo MURATORI

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