Il
nostro oservatorio non ci sembra attrezzato adeguatamente per trattare
dell’evento sanremese appena tacitato. Ciò non di meno preferiamo
non resistere alla malefica tentazione che ci vuole comunque partecipi
di questo accadimento. Se vivi in questo paese devi fare i conti necessariamente
con due cose: il vestito della prima comunione e il festival di Sanremo.
E se sei così fortunato da evitare il primo, non sperare di farla
franca con il seguito. Puoi decidere di non guardarlo in tv, di negarti
a quelle fatidiche “cinque giornate” dell’Ariston; andando a spasso,
per esempio; al cinema; rimanendo in casa navigando in rete o in altri
canali televisivi. Credetemi: non serve. Ovvero, allontani temporaneamente
il contatto, ma Lui è sempre lì, in agguato. Il suo spirito aleggia
ovunque. E poi dovrai pure incontrare qualcuno. C’è sempre una spesa
da andare a fare; c’è sempre un salumiere o un “pisciaro”, e c’è sempre
una domanda: “Com’è, maestru, ma chi schifu di musica è chidda di
st’annu? A mia mi parunu tutti senza ficatu. Cu putissi vinciri, secunnu
lei?” E giù discussioni con la signora che non è d’accordo su niente;
che le giurie sono vendute, che in Italia non c’è niente di onesto,
come la strage di Ustica; perché Morandi…o Spagna….E tu, che devi
farti pulire il mascolino, ti fai una cultura, tuo malgrado. Ho ascoltato
addirittura un fruttivendolo adeguare
al volo la sua abbaniatina “Haiu ‘i mulinciani ca su chiù grossi
d’e minni d’ a Saaaastre!”.
Il
Festival non lo eviti. E allora parliamone.
Prima
questione: dove va a finire tutta la musica del festival? La musica
scritta, le partiture? Tutte quelle parti per gli orchestrali che
qualche arrangiatore avrà pure sudato giorno e notte per scrivere,
dove vanno a finire? Lo sapete voi? Riuscite ad immaginare, voi, cosa
ci vuole per mettere in moto una macchina come l’orchestra di Sanremo?
Non è che uno arriva, gira la chiave, e via. Immaginate una sinfonia
o un’opera lirica. Quest’opera, costituita dalle canzoni in gara,
ha le medesime esigenze. Devi sistema la ritmica, gli archi, i fiati,
il coro. Le dinamiche espressive, le intro, le code, le velocità metronomiche
dei brani. Ore, giorni, mesi di duro lavoro. Un macello. Eppure
il risultato è eccellente. Tu ascolti questa meravigliosa orchestra
e coro che non sbaglia un colpo; come un’opera, appunto. Lasciamo
stare i contenuti; “quello” che suona non ci interessa, per ora; stiamo
parlando del “come”. Lo stesso impegno, la stesso lavoro di Traviata,
Cavalleria Rusticana, Boheme. Ebbene, pensate, il tutto per una sola
settimana. Avete mai letto in un teatro, al Bellini, alla Scala o
al Regio : “Stasera si
replica la 47^ edizione del
Festival” dirige Muti; o
“La 35^” diretta da Sinopoli.
No. Che spreco, però! Un impiego enorme di talento, creatività,
energie economiche ed umane per così poco tempo. E non ci consola
nemmeno l’idea che, almeno qualche canzone, riuscirà ad arrivare fino
a Luglio- Agosto inoltrato. Intanto giungerà a quell’epoca grazie
al disco e non all’orchestra; e poi, che ne facciamo di tutte le altre
canzoni? Tutte quelle carte che sono state necessarie per eseguire
quei brani che già l’indomani nessuno più ricorda nemmeno d’avere
ascoltato; dove sono anadate a finire? Se le portano a casa gli orchestrali
per souvenir? Vengono lasciate all’uscita nell’inceneritore del comune
di Sanremo? Insomma io qui mi chiedo e vi chiedo: Si può chiedere
una ristampa anastatica di tutto questo materiale? Si può tentare
un riciclo, magari di parti staccate, per cui con dieci brani ne tiri
fuori uno; giusto per un ricordo? E se sì, a chi ci si può rivolgere?
Alla Ricordi?
Seconda
questione, (che poi è il seguito della prima). Si può ragionevolmente
pensare di richiedere ai vari patron una moratoria su Sanremo?
Una pausa di due-tre anni? Badate bene, noi riteniamo che cinquanta
edizioni testimoniano più che eloquentemente sulla vitalità della
rassegna. Di più. Tutto il popolo italiano, se non fosse il solito
ingrato che prima canta Giovinezza giovinezza e poi gode di piazzale
Loreto; prima si fa tatuare il garofano rosso sulla giacchetta e poi
spara su Hammamet, tutto il popolo italiano, dicevo, dovrebbe
essere grato al Festival dei fiori. Il nostro gusto, la nostra cultura
musicale, le prime liti con i genitori per la nostra libertà d’opinione,
tutto dobbiamo al nostro Santo Remo. Non avremmo apprezzato l’antimilitarismo
di Joan Baez o Bob Dylan senza
“Mettete dei fiori sui vostri cannoni” dei Giganti; e se gli
altri avevano i Beatles, noi rispondevamo con i Camaleonti? Ci siamo
cibati per anni di Ricchi e Albani, di Poveri e Cotugni. Proprio per
questo, proprio perché sappiamo valutare l’enorme beneficio che abbiamo
tratto da questa lezione di indubbio spessore culturale e musicale
insieme, riteniamo di avere assolutamente bisogno di una pausa di
riflessione per avere il tempo di assimilarne tutti i contenuti, di
approfondirne i significati ed i rimandi stilistici, palesi ma soprattutto
occulti. Proponiamo per i prossimi anni una tregua; multilaterale:
conduttori, bellone, discografici, giornalisti, rai e private, giurie
demoscopiche e di qualità, domenichein del giorno dopo, e collegamenti
di tutte le trasmissioni, da Un giorno in pretura a Elisir, TUTTI,
per due- tre anni, NIENTE. Zitti. Abbiate pietà di noi. Non abbiamo
il tempo, in un solo anno, di digerire tutto questo bagaglio di dati,
di notizie, di sapienza. Siamo coscienti di chiedervi troppo; che
c’è per noi il rischio di anni bui e tristi; ma bisognerà pur rischiare.
Al massimo, proprio per vincere l’assoluto grigiore del Febbraio orbo
di festival, si potrà pensare a dei miseri rimedi. Piccoli special
sui conservatori italiani, le orchestre giovanili di classica, di
jazz o di musica popolare. La discografia indipendente. Serate in
cui proporre al pubblico televisivo l’ascolto della poesia insieme
alla musica dei centri sociali; conoscere ciò che vibra veramente
nel tessuto profondo di quest’Italia. Conferenze e seminari di grandi
musicisti ed artisti che ci spieghino la differenza fra la musica
di “valore” e la musica di “successo”; che la musica si può servire
per anni, con grande impegno, bravura, talento, senza pensare necessariamente
ad una partecipazione al Festival. Senza la gara; quella, se si vuole,
si può fare con una partita al bigliardino. E qui ci ricolleghiamo
alla prima questione. Se proprio si manifesteranno delle gravi crisi
d’astinenza si potrà sempre replicare qualche edizione passata, riciclare
qualche evento ritenuto fondamentale
nel processo di formazione del gusto e della mentalità italica.
Per esempio la Bertè che canta col pancione finto gravido, o Federico
Salvatore impegnato sulla diversità gay di “Sulla porta”, o l’ultimo
capolavoro con musiche di Nava e testi di “Minghi”.