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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

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La lista della spesa marzo 2008

La lista della spesa febbraio 2008

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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Siciliani Doc
13 GIUGNO2000


Una cosa è la coscienza identitaria, un’altra il fanatismo etnico; e attenzione a non confondere le cose. Mi trovo all’ennesima conferenza su usi e costumi popolari, organizzata dall’ennesima associazione culturale. Dietro il tavolo due - tre persone (anziane), serie quanto basta per essere credibili; in sala età media sessant'anni; di giovani neanche l’ombra. La fauna femminile è spesso inanellata e sfoggia pellicce e bigiotteria; i "masculi" hanno baffi grigi, capelli grigi, panciotti grigi, giacche grigie. Facce paonazze, che ti danno l'idea dell’alto contenuto alcolico delle loro letture. C’è sempre, a questo punto, un tale che tesse le lodi dell'illustre socio che terrà la conferenza: "Me lo ricordo, trent'anni fa, sempre uguale, la stessa passione, lo stesso slancio verso la ricerca e la cultura della Nostra Terra: un vero siciliano doc". Applauso. Si siede ed inizia la cosa. "Ma cu mu fici fari?!- penso io - Con tutto il da fare che ho...." in questi covi è solo un'esaltazione della "sicilianità"; non una parola critica, rigorosa, scientifica sulle nostre tradizioni; comparativa con altre forme di cultura popolare. C'è solo una frettolosa e sbrigativa fase che riguarda le fonti e i documenti a supporto delle affermazioni, il resto ricade sull'unica, basilare convinzione, generalmente condivisa da tutti, e guai a contraddire, "Niautri semu 'i megghiu!".  Applauso. Ma vediamo nel particolare come si perviene a questa orgia di pensieri auto celebrativi. Sono soprattutto due o tre i leitmotive:

1. Il canto popolare siciliano è triste perché il nostro popolo è triste; ha sofferto da sempre. E il suo dolore è  calato nelle sue opere. Segue la litania delle dominazioni subite (snocciolati come la formazione  dell'Italia di calcio ai mondiali di Spagna): greci, arabi, normanni, francesi, spagnoli ecc.;

2. La poesia dei nostri canti è unica e sola. Non c'è regione al mondo che abbia nei testi la nostra profondità, il nostro sentimento, la nostra forza espressiva.

Ed ecco come, lentamente ma inesorabilmente, una cosa cominciata bene, con nobili propositi (che io sottoscrivo pienamente), che è stata voluta per diffondere la nostra cultura tradizionale, si trasforma in qualcosa di pericoloso, che confonde l'oro con la polvere, che non produce nessuna informazione corretta, ma semmai, nella migliore delle ipotesi, è perfettamente inutile.

"Ascoltate questo verso, e quest'altro ancora; guardate che eleganza, che forza. Sì, è vero, anche i Sardi, i Napoletani sono stati ...bravini, ma mai come noi."  Passaggio obbligato è il paragone con i grandi poeti colti :Pascoli, Carducci, Dante Alighieri; “ma cu sunu sti pueti?!”. Sono tutti ovviamente perdenti rispetto al nostro contadino superstar. Ma che gliene frega (al nostro contadino) di Pascoli, Carducci, Dante Alighieri, con tutto il rispetto. Egli non sa neanche di fare poesia o musica, almeno come noi intendiamo queste due arti. Insomma quando ci apprestiamo a parlare di usi e tradizioni culturali dei popoli  dobbiamo avere chiara in mente la assoluta instabilità ed inutilità del concetto di bello e brutto. Un canto popolare, una processione del venerdì santo, una ninna nanna serve a "fare cose"; non ha bisogno di essere bella per farle, quelle cose; deve essere semplicemente "funzionale".  E non esiste popolo sulla faccia della terra, dalla Siberia alle tribù dell’Africa centrale,  che non abbia proprie tradizioni interessantissime, piene di suggestioni e di storia; meritorie di rispetto tanto quanto le nostre. Ho detto una ovvietà così grande che mi sto affruntando a morte. Ma forse certe banalità conviene ripeterle. La nostra terra non ha bisogno né di detrattori né di folli spasimanti. Forse qualche momento di studio in più, con più chiarezza e distacco. E poi, avviciniamoli ‘sti picciotti; i giovani sono interessati a queste storie più di quanto noi stessi crediamo; meno esaltazioni e meno complessi: più lucidità. E finiamola con questa storia del triste. Leggiamolo e citiamolo, ogni tanto, Micio Tempio. Il nostro amico conferenziere, adesso a stento trattiene le lacrime. Ci sta recitando, per chiudere, un canto di spartenza.  In sala sono tutti commossi. La prof di lettere in terza fila e il preside di scuola media annuiscono continuamente, soffiano sul fuoco, sorreggono coi loro sguardi l'impeto declamatorio del Nostro. E chi lo ferma più?! Io, mischino di me, vorrei scapparmene in una tribù dell'Africa centrale o in Siberia. Applauso.   

Carlo Muratori

 

 

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