
Anna Caligiore non
avrebbe potuto immaginarlo.
Lei, graziosa
fanciulla di Palazzolo Acreide, capitale degli Iblei sud orientali,
aveva solo 16 anni, allora.
Conoscere Antonino, Ninì per gli amici, ed essere mamma di Sebastiano
era stato un tutt’uno: incontro, fidanzamento, matrimonio e primo
figlio. In quell’epoca i
tempi erano necessariamente rapidi e non lasciavano spazi a troppe
riflessioni.Lui, Antonino,
è un maestro elementare e nel ’44 ha 21 anni.
Coltiva una profonda passione per la poesia. Anna è figlia
di coltivatori diretti, non ha molta dimestichezza con le lettere,
ma ha il giusto intuito di chi conosce la natura delle cose e degli
uomini. Lei non avrebbe potuto immaginare la funzione e la missione
che il suo Ninì stava per svolgere in questo suo breve transito terreno;
eppure sa, capisce che deve assolutamente incoraggiarlo. Ninì insegna
saltuariamente a Canicattini Bagni; ma ora ha avuto una nomina a Mariano,
in provincia di Como; vuole andarsene, ma lo prendono per matto, amici
e parenti, tutti. La gente qui non può capirlo, ma lui accetta la
nomina. Anna intanto aspetta la secondogenita Rosalia e devono separarsi
per qualche tempo. E poi al Nord, per i terroni, non è facile. Se
ti va bene trovi una stanza e ti devi accontentare. Non puoi facilmente
pensare di ospitare moglie e figli. Il tempo passa e grazie ad altri
amici emigrati dal sud trova casa ad Olgiate. Che fortuna! Anna può
raggiungerlo, anche solo con uno dei due figli, ma almeno può vivere
accanto al suo Ninì. Dodici anni passano in fretta, se hai la possibilità di vivere
la vita che vuoi, frequentare gli ambienti poetici e culturali dove
ti senti veramente a tuo agio. Antonino insegna a Cantù, ma ogni settimana
porta Anna a Milano; incontrano pittori del calibro di Salvatore Fiume
ed Ugo Bernasconi e stabiliscono rapporti con Ernesto Treccani, Piero
Chiara e siciliani illustri come Elio Vittorini. D’estate poi si rientra
in Sicilia; una terra che sta cambiando. Il dopoguerra ha sconquassato
equilibri e modi di vivere. L’emigrazione selvaggia verso i paesi
ricchi del Nord America svuota interi paesi e comunità. Per qualcuno
è arrivato anche il tempo di smetterla con il carretto e la campagna.
Le industrie del nord, assieme ai ‘miricani, cominciano a piazzare
lungo le coste siracusane serbatoi di petrolio e ciminiere. Il mito
del posto in fabbrica colpisce come un fulmine tutti. Il maestrino
che scende per le vacanze da Cantù, solo per pochi mesi, comincia
ad avvertire il cambiamento della sua terra, della sua gente. Ha una
strana sensazione: osserva con i suoi occhi di poeta come una intera
classe popolare stia sgretolandosi. Assiste impotente all’inesorabile
declino di antiche e
consolidate tradizioni delle classi storicamente subalterne: contadini,
pastori, pescatori, artigiani. Decide che deve “tentare di trarre
in salvo tutto quello che può, quando ancora la
frana, già in discesa, non lasciava forse presentire l'improvviso
crollo”. Anna, come sempre, gli
è vicina. Insieme girano per paesi e masserie. Ninì prende appunti
su tutto; registra canti e usanze dei pastori, dei bovari. Quando
si recano nei feudi delle terre in abbandono, spesso i contadini buttano
via gli attrezzi dell’uso quotidiano: cucchiai e collari in legno
per bovini e per ovini si ritrovano spesso negli immondezai; con un
gesto che voleva distruggere tutto un cattivo passato. E’
il rifiuto di tutto un mondo che rappresenta per loro uno stato
di oppressione, il loro male antico. Quando è assolutamente necessario
compra, di tasca sua, gli oggetti. Ad ogni ritorno a Cantù, per la
ripresa scolastica, si
aggiunge un baule ed altre valige stracolme di ciò che la gente in
Sicilia getta nella spazzatura: ceri, pitture su vetro, tessiture,
ceramiche, giocattoli, ferri battuti, pezzi di carretto, oggetti della
religiosità popolare, collari e marchi degli animali. Dodici anni
passano in fretta, soprattutto se decidi che un giorno è ora di tornare,
per sempre. Ora tutto quel materiale raccolto dal maestro e dalla
sua cara Anna, necessita di uno spazio adeguato. Si stabiliscono e
comprano casa nella loro Palazzolo. Il simbolo di questo palazzo è
un uomo-uccello con le ali spiegate, Icaro; un altro sognatore, come
i proprietari attuali. Non è un caso. E’ soprattutto in questi anni
che Anna vede tribolare il suo Ninì. Ciò che veramente lo cruccia
è la criminale sordità delle istituzioni che lasciano lui e la sua
creatura (adesso si chiama Casa-Museo) nel più assoluto abbandono.
Alcuni degli assidui visitatori della Casa si chiamano Leonardo Sciascia,
Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino, ma dalla Regione Siciliana, dalle
amministrazioni locali non arriva alcun aiuto. Il maestro intanto
alterna ininterrottamente il suo impegno di poeta a quello di ricercatore.
Dirà di lui un poeta vietnamita VO VAN AI:
“E’ diventato la voce eterna dell’isola. Pastore di nuvole,
egli guida il passo dei pastori su queste montagne nude d’eternità”.
Pubblica due dischi per la Fonit Cetra (per conto dell’Accademia di
Santa Cecilia) “Era Sicilia” e “Canti popolari di carcere e mafia”,
XV premio della critica discografica italiana; e libri, raccolte di
canti, usi e costumi; organizza mostre.
Come avrebbe potuto immaginare la cara Anna Caligiore di dover
fare di casa propria un museo; anzi, di dover negare, con la sua stessa
presenza e attività quotidiana, l’aspetto più deteriore di ogni museo:
l’ eterna immobilità. Poiché da lei tutto vive. Questo luogo ha
la pretesa di diventare la “casa ancestrale”: il posto in cui
tutti ritrovano qualcosa che ritenevano definitivamente perduta; la
casa della propria infanzia, dei genitori, della propria terra lontana.
La casa ri stari, la
casa dove si sta, dove si riposa; e la casa ri massaria: la casa dove
si lavora e si fa masserizia.
Nel 78 il maestro Antonino va
in pensione dalla scuola elementare di Palazzolo. Ha problemi agli
occhi, da un occhio non vede affatto e dall’altro poco. La ricerca
diventa pesante. Grazie all’aiuto di alcuni giovani del posto (Gianni
Maligniaggi, Giovanni Leone, Luigi Lombardo, Giovanni Agnello) riesce
a portare a termine l’ultima mostra sul Natale. Nel gennaio 79 il
portone della Casa-Museo chiude per sempre. Anna assiste desolata
alla disperazione del suo Ninì, stanco ed ammalato; e da questa sponda
disperata lui decide di lanciare il suo memoriale, che uscirà postumo,
“La casa di Icaro”;con discrezione, chiedendo l’indulgenza per aver
osato discorrere “di alberi” in tempo di delitti. E con questa sua amara, dolce felicità del vivere Ninì muore
nell’ottobre del 1979, senza che alla sua Casa- Museo venissero dati
un riconoscimento e uno stato giuridico adeguati. L’intervento riparatore
delle istituzioni, post mortem, non esalta più di tanto la cara, tenera
Anna, adesso vedova. “La vita è una brutta storia” mi confida con
una rabbia impreziosita da antiche dignità.
“A noi fu dato solo un
breve tempo- ben altra ricchezza nel cerchio di stagioni- dentro una
boccia di vetro ora quel cielo naviga.” Questi versi del maestro,
incisi su una lapide alla Casa-Museo, adesso lo ricordano ad imperitura
memoria. Una riga sotto è scolpita la sua firma: Antonino UCCELLO.
Carlo
MURATORI