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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

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La lista della spesa febbraio 2008

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La lista della spesa dicembre 2006

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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Scusate se parlo d'Alberi
04 APRILE 2000




A
nna Caligiore non avrebbe potuto immaginarlo.

Lei, graziosa fanciulla di Palazzolo Acreide, capitale degli Iblei sud orientali, aveva  solo 16 anni, allora. Conoscere Antonino, Ninì per gli amici, ed essere mamma di Sebastiano era stato un tutt’uno: incontro, fidanzamento, matrimonio e primo figlio. In quell’epoca  i tempi erano necessariamente rapidi e non lasciavano spazi a troppe riflessioni.Lui, Antonino, è un maestro elementare e nel ’44 ha 21 anni.  Coltiva una profonda passione per la poesia. Anna è figlia di coltivatori diretti, non ha molta dimestichezza con le lettere, ma ha il giusto intuito di chi conosce la natura delle cose e degli uomini. Lei non avrebbe potuto immaginare la funzione e la missione che il suo Ninì stava per svolgere in questo suo breve transito terreno; eppure sa, capisce che deve assolutamente incoraggiarlo. Ninì insegna saltuariamente a Canicattini Bagni; ma ora ha avuto una nomina a Mariano, in provincia di Como; vuole andarsene, ma lo prendono per matto, amici e parenti, tutti. La gente qui non può capirlo, ma lui accetta la nomina. Anna intanto aspetta la secondogenita Rosalia e devono separarsi per qualche tempo. E poi al Nord, per i terroni, non è facile. Se ti va bene trovi una stanza e ti devi accontentare. Non puoi facilmente pensare di ospitare moglie e figli. Il tempo passa e grazie ad altri amici emigrati dal sud trova casa ad Olgiate. Che fortuna! Anna può raggiungerlo, anche solo con uno dei due figli, ma almeno può vivere accanto al suo Ninì.  Dodici anni passano in fretta, se hai la possibilità di vivere la vita che vuoi, frequentare gli ambienti poetici e culturali dove ti senti veramente a tuo agio. Antonino insegna a Cantù, ma ogni settimana porta Anna a Milano; incontrano pittori del calibro di Salvatore Fiume ed Ugo Bernasconi e stabiliscono rapporti con Ernesto Treccani, Piero Chiara e siciliani illustri come Elio Vittorini. D’estate poi si rientra in Sicilia; una terra che sta cambiando. Il dopoguerra ha sconquassato equilibri e modi di vivere. L’emigrazione selvaggia verso i paesi ricchi del Nord America svuota interi paesi e comunità. Per qualcuno è arrivato anche il tempo di smetterla con il carretto e la campagna. Le industrie del nord, assieme ai ‘miricani, cominciano a piazzare lungo le coste siracusane serbatoi di petrolio e ciminiere. Il mito del posto in fabbrica colpisce come un fulmine tutti. Il maestrino che scende per le vacanze da Cantù, solo per pochi mesi, comincia ad avvertire il cambiamento della sua terra, della sua gente. Ha una strana sensazione: osserva con i suoi occhi di poeta come una intera classe popolare stia sgretolandosi. Assiste impotente all’inesorabile declino  di antiche e consolidate tradizioni delle classi storicamente subalterne: contadini, pastori, pescatori, artigiani. Decide che deve “tentare di trarre in salvo tutto quello che può, quando ancora la  frana, già in discesa, non lasciava forse presentire l'improvviso crollo”. Anna, come sempre, gli è vicina. Insieme girano per paesi e masserie. Ninì prende appunti su tutto; registra canti e usanze dei pastori, dei bovari. Quando si recano nei feudi delle terre in abbandono, spesso i contadini buttano via gli attrezzi dell’uso quotidiano: cucchiai e collari in legno per bovini e per ovini si ritrovano spesso negli immondezai; con un gesto che voleva distruggere tutto un cattivo passato. E’  il rifiuto di tutto un mondo che rappresenta per loro uno stato di oppressione, il loro male antico. Quando è assolutamente necessario compra, di tasca sua, gli oggetti. Ad ogni ritorno a Cantù, per la ripresa scolastica,  si aggiunge un baule ed altre valige stracolme di ciò che la gente in Sicilia getta nella spazzatura: ceri, pitture su vetro, tessiture, ceramiche, giocattoli, ferri battuti, pezzi di carretto, oggetti della religiosità popolare, collari e marchi degli animali. Dodici anni passano in fretta, soprattutto se decidi che un giorno è ora di tornare, per sempre. Ora tutto quel materiale raccolto dal maestro e dalla sua cara Anna, necessita di uno spazio adeguato. Si stabiliscono e comprano casa nella loro Palazzolo. Il simbolo di questo palazzo è un uomo-uccello con le ali spiegate, Icaro; un altro sognatore, come i proprietari attuali. Non è un caso. E’ soprattutto in questi anni che Anna vede tribolare il suo Ninì. Ciò che veramente lo cruccia è la criminale sordità delle istituzioni che lasciano lui e la sua creatura (adesso si chiama Casa-Museo) nel più assoluto abbandono. Alcuni degli assidui visitatori della Casa si chiamano Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino, ma dalla Regione Siciliana, dalle amministrazioni locali non arriva alcun aiuto. Il maestro intanto alterna ininterrottamente il suo impegno di poeta a quello di ricercatore. Dirà di lui un poeta vietnamita VO VAN AI:  “E’ diventato la voce eterna dell’isola. Pastore di nuvole, egli guida il passo dei pastori su queste montagne nude d’eternità”. Pubblica due dischi per la Fonit Cetra (per conto dell’Accademia di Santa Cecilia) “Era Sicilia” e “Canti popolari di carcere e mafia”, XV premio della critica discografica italiana; e libri, raccolte di canti, usi e costumi; organizza mostre.  Come avrebbe potuto immaginare la cara Anna Caligiore di dover fare di casa propria un museo; anzi, di dover negare, con la sua stessa presenza e attività quotidiana, l’aspetto più deteriore di ogni museo: l’ eterna immobilità. Poiché da lei tutto vive. Questo luogo ha  la pretesa di diventare la “casa ancestrale”: il posto in cui tutti ritrovano qualcosa che ritenevano definitivamente perduta; la casa della propria infanzia, dei genitori, della propria terra lontana. La casa  ri stari, la casa dove si sta, dove si riposa; e la casa ri massaria: la casa dove si lavora e si fa masserizia.

Nel 78 il maestro Antonino va in pensione dalla scuola elementare di Palazzolo. Ha problemi agli occhi, da un occhio non vede affatto e dall’altro poco. La ricerca diventa pesante. Grazie all’aiuto di alcuni giovani del posto (Gianni Maligniaggi, Giovanni Leone, Luigi Lombardo, Giovanni Agnello) riesce a portare a termine l’ultima mostra sul Natale. Nel gennaio 79 il portone della Casa-Museo chiude per sempre. Anna assiste desolata alla disperazione del suo Ninì, stanco ed ammalato; e da questa sponda disperata lui decide di lanciare il suo memoriale, che uscirà postumo, “La casa di Icaro”;con discrezione, chiedendo l’indulgenza per aver osato discorrere “di alberi” in tempo di delitti.  E con questa sua amara, dolce felicità del vivere Ninì muore nell’ottobre del 1979, senza che alla sua Casa- Museo venissero dati un riconoscimento e uno stato giuridico adeguati. L’intervento riparatore delle istituzioni, post mortem, non esalta più di tanto la cara, tenera Anna, adesso vedova. “La vita è una brutta storia” mi confida con una rabbia impreziosita da antiche dignità.

“A noi fu dato solo un breve tempo- ben altra ricchezza nel cerchio di stagioni- dentro una boccia di vetro ora quel cielo naviga.” Questi versi del maestro, incisi su una lapide alla Casa-Museo, adesso lo ricordano ad imperitura memoria. Una riga sotto è scolpita la sua firma: Antonino UCCELLO.

Carlo MURATORI

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