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Giovedì, 29 luglio 2010


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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


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Scusate se parlo d'alberi

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Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Sammastianu di Belvedere Siracusa
08 FEBBRAIO 2000





D
avanti a tutti i bambini.

In fila indiana sorreggono con  il braccino destro un piccolo cero.

Subito dopo le donne.  Con i loro abiti rossi e le calze bianche.  Qualcuna si porta in braccio  un figlioletto  con gli occhi smarriti.

Concludono  la  processione gli uomini;  i ragazzi,  i padri, i nonni; in abito rigorosamente bianco,  con fascia rossa a tracolla;  la mano destra occupata  a far mostra di ceri,  ma anche di arance,  carciofi o altri frutti di stagione amorevolmente raccolti in fasci variopinti.  La mano sinistra, forte e timida,  è nascosta dietro la schiena,  a ricordare la postura del Santo legato alla colonna di morte.  Tutti scalzi.

Sono  i devoti a S.  Sebastiano:  i  Nuri. Di queste manifestazioni sacro -  profane il sud d’Italia è ricco; S. Sebastiano – ‘u Santuzzu – è molto gettonato da queste parti.  A Belvedere di Siracusa se ne può osservare un suggestivo esempio.

In questo quartiere la ricorrenza cade il venti del mese  di gennaio,  a  differenza di altri santi omonimi,  e più  rinomati, che si festeggiano in Maggio.

La  processione  parte  verso le  dieci  del  mattino  dallo slargo  antistante  il Castello Eurialo e  procede,  tra  ali  di folla  curiosa  ed attenta,    fino  alla  Chiesa  Madre  di  Via Consolazione.

Una  piccola  festa rionale, tutto sommato.  La gente che  vi  partecipa  è quasi tutta locale:  pochissimi i forestieri.  Eppure,  nella sua apparente  semplicità essa è un gran turbinio di emozioni  forti  che rimbalzano   negli  angoli  più  remoti  e  bui   del   pensiero, illuminati a  giorno da  suoni  e  colori  che  toccano  l'anima, profondamente.

E c’è musica. Di quella che non si traccia sui pentagrammi; non si sforna negli studi di registrazione; non va nelle classifiche.

Ascoltiamola.


Il motivo conduttore della processione,  la colonna sonora è una frustata di voci; l'impasto  di un'invocazione solista al Santo,  a scelta  tra  "E chi  semu  tutti  muti?!" o "E chi  vinemu  di  tantu  luntanu?!" -  "E  chiamamulu  ca nn'aiuta!" - “E chiamamulu ch’è Capitanu!” o  altre;  e  la  risposta corale,  stentorea,  possente  "Primu  Diu  e  Sammastiaaaanu!". Scandito dal sottinteso due quarti della marcia, quest’urlo polivocale e un semplice intervallo di ottava, all’interno del quale scorrono secoli di storia; due suoni che, come alfa e omega, contengono gioie, lacrime, fame, tormento, speranze; la vita intera.

 L'invocazione-domanda  può partire da qualsiasi punto  della colonna  e,   quando la fila indiana e molto lunga (due, trecento metri), accade che queste voci si incrocino,determinando in tal modo un formidabile  clùster;una sovrapposizione vocale poiché più gruppi, sfalsati,rispondono "Primu Diu e Sammastiaaaanu!".

Un'eco  multi-timbrico allora  ti  rapisce lo spirito e ti proietta  inesorabilmente  in una  dimensione  magica  e  terribile  ad  un  tempo,  mistica  e selvaggia.  L'urlo dei devoti sgorga scaramantico e  liberatorio. Intonato  misteriosamente  solo  al diapason  delle  forze  della natura;  come  il  sibilo del vento o il fragore del tuono  o  lo scroscio  del mare.  Esso ti pone davanti tutto il mistero  della misera condizione umana;  da un lato, la sofferenza che sta dietro e che  da fiato  ad  ognuna  di quelle voci; dall’altro, molto più semplicemente, ti descrive le possibilità e i percorsi degli eventi sonori; del tutto inediti, svincolati dalle nostre regole musicali.

Questa musica ti cattura e ti commuove. Come un museo vivente assisti ad un  rito che così, esattamente così, ti  arriva  da  un  passato  lontanissimo, remoto,   consegnato  a  noi pressoché  intatto  da  un tempo che non abbiamo  vissuto  e  che non conosciamo.

E  ci  piace  immaginare allora un  tranquillo   paesino  di braccianti,  con  le  strade  polverose  inondate  dagli  intensi profumi  della campagna circostante.  La gente semplice e  povera che  in un momento di disperazione non si  piega,  non  cede;  ma anzi fa scoccare la scintilla della speranza.  Non si chiude in se stessa; ma sceglie la coralità del sentimento. Chiede “insieme”,  canta “insieme”; perchè ha il  coraggio   e l'umiltà  di  chiedere e di cantare.  Nell'ingenuo  paradigma della  religiosità  popolare  San Sebastiano  è  "Santu  bbonu  e miraculusu".  Così nasce il voto,  che lega per anni;  spesso per la vita; che si tramanda anche ai figli.

Oggi  Belvedere  è un moderno paesino pieno  di  macchine  e motorini.  Più  o  meno come tutti i paesini di  questo  ricco  e opulento  occidente.  Eppure  il rito dei Nuri non    alcun segno  di crisi. Anzi, ogni anno più vigoroso che mai. Viene da pensare come certi riti arcaici debordino in società del benessere di  massa, di Internet,  di Tv satellitare.

Il   forte   rimbombare   dei   mortaretti,    "i    bummi", provvidenzialmente  ci riporta alla realtà e  ci  scuote,  seppur temporaneamente  dal romantico percorso dei pensieri e dei  ricordi. In  lontananza  la  banda è  solo  un  dolce  sottofondo,  un tappeto di clarini,  trombe,  piatti e grancassa,  dove si adagia il   vociare  della  gente,   il  "vanniare"  della calia e simenza.

  CARLO MURATORI 

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