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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Musica e buatte
27 GIUGNO2000


 Bisogna intendersi sulla terminologia. Uno che canta è un cantante. Se scrive anche le sue canzoni è un cantautore. Pur scrivendo in tutte le lingue del mondo, egli rimarrà pur sempre un cantautore. Se scrive in siciliano, no! In questo idioma avviene una trasformazione miracolosa: diventi tout court un cantante folk. Non che questo termine sia offensivo, per carità. Anzi. In tutto il mondo viene usato con grande rispetto. Tranne quì. Ecco perché bisogna intendersi. Da noi (uno dei paesi al mondo con il più grande repertorio di tradizione orale) basta pronunciare folk, folklore, folkloristico, e già sei alla sagra della patata con un gruppo in costume tipico che balla la tarantella. E allora sei costretto a fare precisazioni, distinguo; insomma, alla fine, diventi pure un po’ rompiballe.  E’ facile per chi fa jazz , rock, leggera o latino! Dice:”Che musica fai?” Jazz, rock, leggera, latino! La risposta è semplice, chiara. Basta una parola ed hai svelato un mondo; hai comunicato chi sei, il tuo progetto; che chitarra usi, con che accordi la suoni, che libri leggi e con chi esci la sera; e se sei al telefono la risposta è soprattutto breve: fai una musica di pochi scatti e risulti pure simpatico. La cosa si ingarbuglia quando mi capita di rispondere: “Faccio canzoni in lingua siciliana”; “Allora fai folk!?” mi chiedono; “beh…non proprio…”, “Musica etnica!?”, “Bisogna vedere lei che intende….”; “World music contaminata?!” “In effetti più che a contaminare attualmente sono impegnato a bonificare con fuoco e sale….”. Dall’altro capo quello capisce sempre meno. Anche perché da un po’ le mie risposte si fanno sempre più distratte, imprecise, confuse; il mio pensiero stacca progressivamente la connessione dal genere musicale che dovrei descrivere al tizio, e si concentra invece solo su un aspetto macabro: lo scatto telefonico; “ma quantu custa ‘sta musica?!”; ma perché non mi decido a fare finalmente jazz, rock, leggera, latino….risparmierei sulla bolletta, almeno! Dire che non esistono le categorie nell’arte, come nella musica, è solo un’innocente enunciazione teorica.  La gente vuole sapere che musica fai e tu glielo devi descrivere semplicemente, chiaramente e velocemente. Nella buatta del supermercato ci deve essere scritto sopra acciughe, pomodoro, aliviniuri. La gente legge, sceglie e compra. Qui, in Italia, c’è un reparto bello, ricco, profumato con l’insegna vistosa ed elegante : “Cantautori”. Le buatte sono tutte preziose; quasi hai paura a toccarle; dentro c’è oro.  L’etichetta recita: Prodotto rigorosamente in lingua italiana. Molto più in là, in un angolo buio, dismesso, dove il lezzo del tuma ragusano e dei capperi di Pantalica è  acre e pungente, campeggia un’altra insegna misera, scritta a mano, col pennarello: “Souvenir”. Queste buatte sono impolverate e, se non fosse per qualche turista che di tanto in tanto si ferma ad osservare, sono lasciate al più squallido abbandono. In vetrina si affacciano friscalittati, tarantelli, carrettini colorati, e titoli di grande ingegno e fantasia: Sicilia amara; Sicilia profumata; Sicilia amuri miu; Sicilia ‘mbalsamata, Sicilia sbriugniata. Pare che di notte, a negozio chiuso, qualche buatta dei souvenir, presuntuosa e “scattiata” di natura, abbia tentato di lasciare il proprio reparto per trasferirsi in quello dei Cantautori. Se ne sono accorti in tempo, per fortuna. Ha implorato in lacrime i vigilantes: “Io non sono un souvenir, lasciatemi stare; sono una buatta da cantautore.”  Le guardie dapprima l’hanno ascoltata. Poi le hanno chiesto di vuotare il sacco, per analizzarlo. Ebbene sì: gli ingredienti risultavano perfettamente uguali; due gocce d’acqua. Stesso pomodoro, stesso formaggio, stesso sale, stesso pepe. Unica differenza la pronuncia; in questa buatta si chiamano pumaroru, furmaggiu, salifinu e pipiniuru. “Eh, no! – ha obiettato l’uomo del monte – Non ci siamo! Sembrano uguali, ma questo prodotto è in lingua siciliana e non può stare nei cantautori. Che la buatta ritorni immediatamente al suo scaffale!”.

Carlo Muratori

 

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