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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

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La lista della spesa febbraio 2008

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La lista della spesa dicembre 2007

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La lista della spesa maggio 2007

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La lista della spesa dicembre 2006

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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





La lista della spesa
MARZO 2007

Devo comprare l’acqua; una, dieci, cento bottiglie; un’autobotte d’acqua, un fiume. Mi sento assetato, asciutto; privo di forze, arido. Questa primavera che è arrivata di botto subito dopo Natale sta desertificando anche la mia anima. Sono schiacciato dall’angoscia sul futuro degli uomini, dei miei figli, dei miei gatti, del pianeta. Sogno spesso la pioggia. Una pioggia battente, abbondante, scrosciante; quella che fa i palloncini quando tocca terra. Detergente. Mi sento sporco, impolverato, sudato. Cammino come un condannato a morte; con gli occhi bassi e i capelli arruffati. Guardo la terra che spacca sotto i miei piedi. I cani mi seguono stanchi. Mi guardano con la testa obliqua e la lingua asmatica; quasi mi implorano di  fermarmi per potersi accucciare, stravaccare sotto un’ombra qualsiasi. La campagna è immobile, bloccata; come se da un momento all’altro dovesse succedere qualcosa; dovesse esplodere la bomba. Quell’ordigno che ci cresce dentro, un giorno dopo l’altro. Che alleviamo con tantissima cura, con incoscienza e folle perseveranza. Quel piccolo mostro generato dalla nostra ignavia, dalla nostra incoscienza. Da ragazzo aspettavo la primavera come un miracolo. Potersi finalmente sfilare quei due maglioni pesanti, addossati alla maglia di lana con le maniche lunghe, era il sogno di tutto l’inverno. Quella odiosa maglia di lana, color cacca chiara; sdrucita e masticata nei polsi; che usciva fuori dai polsini delle camicie bianche che mettevo la domenica mattina per andare a messa, e che mi faceva tanto vergognare. Le ragazzine ora avevano le gambe sempre più nude; bianchissime ed invitanti. Potevamo stare sdraiati sull’erba, sull’agro-dolce acetosella a parlare, a scherzare, toccarci, a baciarci. La zagara degli aranci è inutilmente afrodisiaca; chi ne ha bisogno a quell’età? Ricordo che ci andavamo a bagnare i piedi dentro le vasche del lavatoio pubblico, alla saja; o dentro le gebbie già gonfie d’acqua e pronte per la abbrivirata. Tra le ranocchie canterine e i pesci rossi, il lippo viscido e le urla del contadino “Vo jtavinni a casa, malarucati”. Le risate de’ picciotti, le corse lungo tutte le accuzzature per raggiungere in fretta il paese. Sono assetato ora di quelle stagioni sensate, di quei momenti; sono assetato di amore innocente, di disinteresse, di umanità, di verità.  Ho la gola secca per tutte le parole che mi ronzano attorno, prive di senso, prive di gioia e che siamo costretti ad ascoltare. O forse ascoltare è come parlare, a volte. Soprattutto quando è a vanvera. E’ come se le dicessi io tutte le stronzate che ascolto alla radio, in tv, a sanremo, al bar, in internet. Per qualche strano motivo è come se mi togliessero ossigeno, mi dessero accupazioni; anche se io sto zitto, sempre più zitto, come il mio amico Melo il pecoraio. Forse le parole del mondo sono le parole di ognuno di noi, di tutti noi; le parole dette o taciute; condivise o combattute; comprese o ignorate. Tutte le parole che ascoltiamo è come se fossero passate dalla nostra gola. E fa caldo e non c’è abbastanza acqua per potersi lavare bene le mani, per potersi dissetare. Anzi, approfitto mentre c’è ancora qualche goccia: vado a bere un sorso che m‘è venuta sete.

 

Carlo Muratori

 

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