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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

La lista della spesa marzo 2008

La lista della spesa febbraio 2008

La lista della spesa gennaio 2008

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La lista della spesa gennaio 2007

La lista della spesa dicembre 2006

La lista della spesa novembre 2006

Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere




La lista della spesa
Maggio 2008

 

Diario per un nuovo disco -

3^ parte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' uscitoi per ODD TIMES RECORDS/EGEA
il nuovo cd di Carlo Muratori
“La Padrona del Giardino”

 

La terza parte del racconto dell’autore su come e quando sono nate le canzoni,
i retroscena, gli arrangiamenti, i momenti della registrazione, il mixing e l’art work.

Gennaio 2007
Lo studio di registrazione… e la guerra d’Africa

Finalmente i brani sono ultimati, almeno sulla carta; adesso il lavoro finale, arrangiamento e registrazione in studio. Nella casa in campagna ho previsto un paio di stanze da adibire allo studio di registrazione. Ma non c’è ancora niente. Bisogna realizzare delle porte, finestre insonorizzate, pareti. Proverò a farlo da solo; ho appreso da mio padre qualche piccola nozione di falegnameria. Ho sempre guardato con ammirazione il suo mestiere; “mastru Aurestu” per tutti, in paese. Il suo nome così inusuale, colto, impegnativo, incomprensibile, suonava come una scupittata  fra la gente dei Turi, Janu, Peppi, in tempo di pace; Adoffu e Binitu in tempi più bellicosi. Sarebbe stato un po’ troppo pretendere che fosse chiamato col suo vero nome: Oreste. Non c’è famiglia anziana del mio paese che non lo ricordi e che non abbia in casa un suo mubiliu, una sua armoire, un suo portone, una credenza, di quelle in legno intarsiato che costituivano la sicura dote delle donne da marito. Mio padre era soprattutto uno scultore, intarsiatore di legni, ma per esigenze di marketing, o più prosaicamente per sfamare quattro figli, negli anni sessanta del boom italiano aveva ri-convertito la sua putja in una polverosa, quanto profumatissima falegnameria. Per tutta la mia adolescenza, essere promosso a scuola significava trascorrere l’estate a respirare l’odore della segatura e dei trucioli (i ‘uscagghi). In quel luogo fantastico, dove i tronchi di douglas si trasformavano in lucide persiane e i tavoloni di pitch-pine (u pisci pani) assumevano passo dopo passo le sembianze di scale a chiocciola o di pareti attrezzate, la mia fantasia veniva allattata amorevolmente come per i gemelli romani al seno della lupa. E mentre giocavo a piantare chiodi e costruire carrettini di legno e carrocciuli, o mi annoiavo terribilmente a porgere le tavole a mio padre che le passava una ad una, per mille volte, sotto la pialla o la fresa, non mi rendevo conto che stavo vivendo uno dei periodi più belli della mia vita. Stavo accanto ad un artigiano dalle doti di straordinario ingegno ed indiscussa bravura; apprendendo senza volerlo molti piccoli segreti di un’arte antica, osservando tutti i suoi gesti misurati, le sue pause a girare e rigirare un legno, a odorarlo, a traguardarlo come si fa un cannocchiale per capire dove e come trattarlo e se si sarebbe mosso e curvato nel tempo. “Il legno ha un’anima e soprattutto un senso” ammoniva. Come molti artigiani suoi colleghi, mio padre cantava spesso durante il lavoro. Quando si spegnevano quelle tremende macchine per segare o piallare, e ci si spostava suprau vancu per il lavoro manuale, quello era il momento giusto per le arie da Traviata o Tosca, Vecchio frak o Tu vo’ fa’ l’americano. Talvolta il lavoro si faceva ripetitivo e avrebbe potuto eseguirlo ad occhi chiusi, oppure veniva a trovarlo in bottega un suo amico o dei clienti per lavoro. In quei momenti si rilassava e cominciava a raccontare storie della sua vita a noi carusi, picciotti e granni (oltre me, due, tre suoi lavoranti ufficiali) che stavamo ad ascoltarlo con la bocca e gli occhi spalancati. Ci addomesticava col suo affabulare; come da ragazzo, il più grande di nove figli, avesse perduto il padre e quanto avesse dovuto sbattersi per aiutare sua madre. Citava anche canti dell’Inferno, rigorosamente a memoria; ci parlava del suo grande amore per la lettura e della pesantissima rinuncia a continuare gli studi per le tristi condizioni economiche. Ma i pezzi più gettonati, quelli dove si esaltava maggiormente, scandagliando i dettagli più pittoreschi erano i racconti della guerra; la sua prigionia in Africa, la degenza negli ospedali militari inglesi fra le cure di affascinanti crocerossine; di quando gli avevano dato l’estrema unzione e aveva chiesto, come ultimo desiderio,

mio padre Oreste in Africa

del sale inglese e così era tornato a vivere. Partì per la guerra nel ’40, qualche mese dopo aver sposato Ninuccia, mia madre; tant’è che mia sorella, la più grande, per venire al mondo, aveva dovuto aspettare sei anni, la fine della guerra, il congedo e la repubblica. Quei racconti lo emozionavano particolarmente; spesso gli brillavano gli occhi a ricordare i suoi compagni rimasti per sempre nei deserti d’Africa orientale. Poi ad un tratto si interrompeva, anche sul più bello. Prendeva un seghetto (u sirracchettu) o la matita (u labbisi) e si dedicava silenzioso solo al suo lavoro, per riprendere dopo il cunto. Portava la matita sull’orecchio destro; quelle strane matite ovali rosse, con una mina enorme. Per me rimane sempre un mistero come riuscisse a fare la punta perfetta a quelle matite. A me vengono sempre troppo lunghe e si spezzano o corte e lasciano un segno confuso. Indossava un grembiule (u mantali) blue o beige e spesso un copricapo di carta che lui stesso realizzava.
Mi allontanai dalla putja quando giunse per me l’età nella quale il padre non è più l’unico eroe della tua vita; poi lui smise di lavorare e quindi non vi furono occasioni di ritornare su legno e la sua arte. Stranamente però mi accadde che verso i trent’anni cominciai a dedicarmi al tipico, ingenuo bricolage familiare, comune a molti artigiani della domenica; la riparazione di una sedia, la sistemazione di una vecchia scrivania. Mi accorsi così facendo di “sapere” alcune cose, senza saperlo. Comprai un trapano e un seghetto alternativo e cominciai a riempire la casa di mobiletti e piccole dispense. Mio padre, negli ultimi anni della sua vita, osservava curioso i miei ridicoli manufatti. Vi trovava ovviamente mille difetti e la conclusione era sempre la stessa “ma cu ti cci porta??!!lassa stari” Praticamente: non è lavoro per te! Adesso da una decina d’anni è andato a restaurare i vecchi mobili del paradiso.
Ma anche stasera, da lì,  ha voluto raccontarmi una sua bella storia.
Vi confesso che qualche ora fa mi ero seduto per scrivere e descrivere in quest’articolo del lavoro di registrazione del mio nuovo disco; dello studio realizzato interamente a mano. Poi ho sentito odore di legno, ho visto matite appuntite a dovere, mani sapienti e forti plasmare abeti e pini e per un attimo infinito, invece del disco, ho rivisto il film della mia vita. Scusate la divagazione.
Ciao papà.

 

 

Carlo Muratori


 

 

     
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