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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

La lista della spesa marzo 2008

La lista della spesa febbraio 2008

La lista della spesa gennaio 2008

La lista della spesa dicembre 2007

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La lista della spesa maggio 2007

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La lista della spesa gennaio 2007

La lista della spesa dicembre 2006

La lista della spesa novembre 2006

Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





La lista della spesa
GIUGNO 2007

Devo fare le canne. Non devo proprio scordarmi di fare le canne. Sennò si affloscia, non riesce ad alzarsi bene. Se la infili a tempo giusto e lei trova la giusta temperatura e umidità, allora vedrai come comincia a venire su che è uno spettacolo. La piantina di pomodoro in questo periodo è rigogliosa e trabocca di piccoli fiori. Cresce tantissimo, ma ha il fusto molto debole e non riesce a stare in piedi da sola. Ha bisogno di un tutore, di un sostegno. Altrimenti produrrà i pomodori a terra; e metà marciranno quasi subito. Se accanto ad ogni piantina ci infili una canna, ben piantata nel terreno, poi le disponi a tipo tenda indiana, ne leghi quattro insieme, puoi assicurare le piantine all’asta della canna e quindi reggere ottimamente il peso dei pomodori. Vado nella campagna di Melo, il mio amico pastore, a farmi le canne. Scelgo le più dritte, le più resistenti. Vanno tagliate a misura, pulite, sfrondate, caricate, piantate e legate. Poi, dopo che hai legato tutte le piantine, metti della polvere di zolfo dentro una calzetta di nylon e la muovi tipo chierichetto che sparge l’incenso in chiesa. Lo zolfo protegge i pomodori dalle malattie tipo peronospora. “Ccu tuttu ssu traficu – pensavo l’altra mattina, affranto e sudato, con lo zolfo che mi era entrato fin dentro il buco del…naso e con lo sguardo da centro di accoglienza di Lampedusa – se me li accattavo al mercato mi custavunu chiù picca assai!”. Mi sono fermato per un attimo. Mi sono seduto all’ombra e ho cominciato a farmi prendere a pugni nella pancia da tutte le solite domande “Ma io chi sono – da dove vengo - ma che ci faccio io qui? - con le canne?- ma che me frega a me dei pomodori biologici?- Ma non starei meglio nel mio appartamento al fresco condizionato, con la mia chitarra fra le mani, o al bar a sfogliare il corriere dello sport, davanti a una granita?” Sono qui, seduto su una pietra, accaldatissimo, con le mani che bruciano, nere e gonfie di dolore. Non voglio nemmeno pensare che queste stesse mani fra qualche giorno arpeggeranno sopra le corde di una chitarra, davanti a un migliaio di persone. In questi momenti ti scorre la vita davanti come un film. Rivedo qualche flash, la mia infanzia, i miei amici. Leo, Leo, chissà dov’è finito Leo?
Leo nella nostra comitiva di carusi era il più grande d’età. Ma non sembrava affatto. Aveva modi gentili e tratti raffinati, per noi zzaurdi di paese era come un affronto. Mingherlino, capelli lunghi e biondi, sempre pulito, pettinato, profumato, sembrava sempre il più ragazzino di tutti noi. Quando cominciò ad andare con gli uomini eravamo già grandi e maliziosi. Qualcuno di noi l’aveva pure intuito prima degli altri “Chiddu è ‘n pezzu d’aricchiuni…” Ma nessuno di noi aveva voluto dargli retta. “Pensa ppi tia”, gli avevamo risposto. Il tono della voce, effettivamente, la cadenza un po’ frocia l’aveva; e poi, a pensarci bene, quando noi ci appartavamo per i nostri amori solitari, lui aveva sempre una scusa per non unirsi alla compagnia. Nei paesi le notizie volano. Da ufficialmente puppo restò in paese pochissimi anni ancora, poi si trasferì in un paesino del norditalia. I suoi per un periodo non si videro più in giro. In quei pochi anni che rimase con noi, però, era diventato il mio chiodo fisso. Lo osservavo in tutti i suoi atteggiamenti, pubblici e privati. La diversità è soprattutto unicità. E poi cantava con una voce straordinaria e questo me lo rendeva irresistibile. Ce ne andavamo in giro per le case diroccate della periferia portandoci dietro una chitarra e gli sguardi schifati della gente. Un pomeriggio d’autunno, seduti a terra, fianco a fianco, cominciò a singhiozzare lentamente; cantava e piangeva. Poi poggiò la testa sulle mie gambe e ruppe in un pianto a dirotto, irrefrenabile, inconsolabile. “Leo, ma chi minkja fai?? Ma chi c’è???” Niente riusciva a fermarlo; ogni tanto biascicava “Ma perché?? Ma perché???” Solo dopo un po’ riuscì a calmarsi, e ritornammo a ridere come due scemi. Appena un paio di settimane dopo partì e non l’ho più rivisto. Colpa mia, ovviamente; se avessi voluto, più di una volta ho saputo, per vie traverse, la città e i posti dove cercarlo e trovarlo. Non credo che lui torni, è più verosimile che un giorno vada io a cercarlo. Con me non ci aveva mai provato, Leo, e anche di questo gli sarò sempre grato; per avermi risparmiato quel seppur momentaneo imbarazzo, dagli esiti peraltro assolutamente incerti.
Da allora mi sono sempre disinteressato e un po’ impaurito del mondo degli uguali. La diversità è una disposizione dell’anima, un’inclinazione, una vocazione, una salvezza, a volte.
Comincio a vedere le cose già in un'altra maniera. E la fatica delle canne mi appare già più sopportabile, ora; cosa vuoi che ne capiscano tutti gli uguali di un pomodoro fatto in casa; del piacere di vederselo crescere un giorno dopo l’altro, lentamente. Mi ritrovo nell’orto ringalluzzito e felice del lavoro da fare. In un batter d’occhio ho impalato più di cento piantine. Che vadano pure tutti…..al mercato. Grazie Leo

Carlo Muratori

 

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