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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

La lista della spesa marzo 2008

La lista della spesa febbraio 2008

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La lista della spesa dicembre 2006

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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





La lista della spesa
APRILE 2007

L’uovo o la colomba? Non so effettivamente cosa scrivere nella lista della spesa per quest’anno. Questione di punti di vista. Ciò che per i bambini è il fascino segreto di una sorpresa celata nell’uovo, per noi adulti diventa una montagna di cioccolato nel frigo, frantumato dai pugni di manine avide, curiose e sporche, e poi lasciato per settimane ad asciugare in forme stranissime e irregolari nel gelo di un congelatore. Non è che la colomba sia tanto meglio. A me personalmente sembra un panettone venuto male e fuori tempo massimo. Cu n’appi n’appi d’e cassateddi i Pasqua, verrebbe da dire. Che dolce squisito, quelle focaccine ricoperte di soffice ricotta, zucchero e cannella. Ma quello che per l’occidente industriale ed opulento è questione di marketing e business per noi è nostalgia di antichi sapori. Questione di punti di vista .
Tempo fa intervistavo un anziano contadino di un paesino ibleo; “quann’è chi si faceva musica ‘n campagna??”chiedevo. Mi guardava un tantino storto, diffidente, incredulo; poi con quel guizzo di ironia rubiconda che solo certi campagnoli sanno possedere, richiamando con lo sguardo la complicità degli altri anziani, mi rispondeva sarcastico “’n campagna si travagghiava, caru amicu miu; nun si nni faceva musica; a musica ‘nta chiazza è!”. Io mi riferivo ai canti popolari dei lavori agricoli, della trebbiatura, della mietitura, della raccolta delle olive, delle mandorle….e lui, invece, alla musica della banda. Questione di punti di vista.
Per intere generazioni popolari con il termine musica si è inteso rappresentare la banda. Da bambini per dire che passava la banda per strada ricordo che si diceva “sta passannu a musica”; o per dire che si suonava in banda “ju vaju a’ musica”. E alla banda/musica  si deve l’idea di festa e non certamente quella del lavoro. Mi sa che inizia con noi, musicisti della new generation, il tentativo mal riuscito di avvalorare l’ipotesi di una musica del lavoro o come lavoro; fino alla generazione precedente se uno diceva di fare il musicista di mestiere si sentiva ri-chiedere “e ppi manciari, chi fai??” E questa, più che una questione di punti di vista, per noi musicisti è questione di vita o di morte.
Anche il clima della festa, a pensarci bene, è scandito da tre effetti sonori che, a seconda della sensibilità dell’ascoltatore, e dei punti di vista, potrebbero rivelarsi come barbarie di dimensione e di volume esagerato, scrusciu; oppure forme d’arte sublimi; stiamo parlando di (in ordine di apparizione) i bummi, a banna, i campani. Qualcosa che deve farci sussultare, risatari, scantari quasi; il pianto dei picciriddi in lacrime che cercano rifugio fra le braccia delle mamme esultanti è una delle fotografie in bianco e nero più comuni delle feste. Ancora oggi per indicare un tipo stralunato si dice che è pigghiatu de’ bummi.
Chi non ha mai seguito da vicino una festa religiosa in Sicilia non può dire di conoscere a fondo la vera natura di cui questa terra è impastata. Per i riti della settimana santa il panorama sonoro cambia radicalmente. Anche in presenza di enorme affluenza popolare per le strade, in questi casi non possiamo parlare di festa, anche se ci riferiamo a pieno titolo al calendario cerimoniale siculo. E proprio perché non-feste,dal repertorio ufficiale sono banditi i fuochi d’artificio e le campane. Ppi Cristu mortu ‘n cruci è di lignu la campana, riferendosi alle traccole che schiamazzano per le strade durante le processioni; o meglio s’attaccanu, si legano,  ‘i campani.
 Ma un altro elemento sonoro prende il posto dei silenzi nell’assemblea popolare dolente e itinerante, non meno significativo, non meno eloquente: ‘u lamentu, il canto che accompagna la vara del Cristo o dell’Addolorata. Questi canti di straordinaria bellezza raccontano in genere il viaggio doloroso della Madonna in cerca del Figlio. Essi riescono ad ap-passionare (mai termine fu più giusto!) e commuovere visibilmente l’ascoltatore. Eseguiti solo dalle voci delle confraternite, queste composizioni strazianti ci parlano di una Sicilia dove le uova non erano di cioccolata, ma imprigionate, ccu tutta a scorcia, nelle forme di pane gravido e simbolico; nelle cuddure, nei filoni, ne’ scoddhi. L’uovo come simbolo della natura che rinasce, che si rigenera, come in tutti i riti arcaici legati alla primavera.
L’uomo produce suoni, li governa a volte; li insegue, ne subisce il fascino ammaliante. Nelle civiltà antiche, dove il silenzio era la condizione frequente, la musica, le rare volte che sgorgava, era come un miracolo, una manifestazione divina, un segnale sovrannaturale. Nell’epoca del frastuono, della musica di sottofondo ovunque e comunque, d’o scrusciu a tutti i costi, è il silenzio a sbalordire, a divenire sacro, sovrannaturale, a meritare rispetto.
Questione di punti vista, anzi d’ascolto.

Carlo Muratori

 

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