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Giovedì, 29 luglio 2010


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Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





La musica in piazza
22 FEBBRAIO 2000


Pensavo. E mentre pensavo fischiettavo. Intonavo col fischio un motivo afono, frattalico, insignificante; chissà da quale antro recondito del mio pensiero o della mia memoria veniva fuori quella che eufemisticamente chiameremo “melodia”?! Boh!! Eppure ci deve essere, pensavo, un collegamento fra questo sgraziato e sibilante fischio che emetto incontrollato e ciò che è dentro di me, nella mia testolina. L’avrò ascoltato già da qualche parte, -probabile prima risposta; l’avrò sentito senza sapere di ascoltarlo, -e già questo e più problematico; l’avrò già dentro di me senza averlo mai sentito in alcun dove, “sì…e  chi sono io Giucas Casella??” Come si può inventare una musica così, dal nulla? Allora forse sto componendo per inerzia ispirativa. Però io penso che la composizione non sia una invenzione radicale; quanto piuttosto un riassemblare (con più o meno gusto – talento) cellule ritmico-melodiche che di fatto già svolazzano nell’aria, esistono. No, no! Io dico scrivere La Musica che non c’era, che non c’è mai stata! Già, è una parola. Ma da dove viene, allora; chi la fa La Musica? Pensavo. E mentre pensavo continuavo a fischiettare. O forse c’è una musica che appartiene al tuo DNA, come il colore dei tuoi occhi, l’attaccatura dei capelli, la quantità di iodio nella tua tiroide. Un abitus mentale che, alla fine, forse Musica non è, ma pelle, ossa, sangue. Tempo fa chiedevo a un contadino di parlarmi della musica del suo lavoro. Lui mi ha interrogato fisso negli occhi; con le rughe che si comprimevano come un foglio di carta paglia stretto in un pugno: “Quali musica???”  “Sì- ribadivo- io l’ho sentita cantare durante la trebbiatura, incitare il cavallo con una melodia di straordinaria bellezza. Cos’era quella Musica?” “Ma quali musica, e musica. A musica è o’ paisi, ‘nta chiazza! Quannu si travagghia nun si nni fa musica!” Meraviglioso; per quell’uomo musicalissimo, intonatissimo, come un usignolo, l’unico evento che lui reputava degno di appartenere alla magica categoria della Musica era la banda del paese (‘A musica); quella che suona nella piazza. Ciò che io avevo ascoltato no. Da bambino egli ha visto contadini più grandi incitare bestie nell’aia per sminuzzare spighe di grano; invocare il vento per portar via la paglia e lasciare il frumento “Veni veeeeeeentu, veni veeeeeentu, portiti ‘a pagghia e lassini ‘u frummeeeeeeentu”. Quella melodia arcaica è diventata sua naturalmente; come la sua pelle, le ossa, la sua parola. Ed egli si riconosce in quel canto come quando guarda la sua faccia riflessa nello specchio d’acqua da’ gebbia. Lì c’è la sua natura, la sua identità. Chi gliela ha tramandata è riconosciuto da lui come un Padre. E, pensate, con tutto quel che per lui rappresenta, per il contadino quella “cosa” non è degna di essere chiamata Musica.

Adesso ho smesso di fischiettare. Penso soltanto, in silenzio. Mi sento un sordo. Un ubriaco. Quante centinaia, migliaia di melodie conosco io. Un’infinità. Apprese da dischi, radio, partiture. Quante trasmesse direttamente da mio padre o da mia madre, o da chicchessia? Tali da riaffiorare naturalmente nei momenti ciclici della mia vita: la festa, il lavoro, l’amore. Non ricordo niente. Forse nessuna. Mi sento un orfano. In quante di tutte queste migliaia di melodie vedo riflessa la mia faccia? In nessuna di queste. E quella che io conosco per me è la sola, l’unica possibile vera Musica. Ma, allora, dov’è che risiede davvero la Musica? Il contadino, quello di qualche riga sopra, lo sa ed ha ragione: “ ‘A Musica è ‘nta chiazza!”.

Carlo Muratori

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