Alle radici del suono ibleo
1
Marzo
2002
Ripercorrere
le tracce del suono. Stabilire un contatto con le radici della memoria.
Cercare per trovare risposte e ri-trovarsi per pacificare così l’inquietudine
dello smarrimento. Tentare di far coincidere il solo pensarsi come parte
di una comunità, oramai impercettibile, e la reale visione della propria
identità. Per un musicista dai repertori tradizionali (ma per chiunque
soffra di inquietudine) è tappa d’obbligo, saltuariamente, andare ad
abbeverarsi alla fonte, chiedere agli anziani di vincere la proverbiale
stanchezza e riluttanza , per raccontarsi ancora una volta, per raccontarci
di quel rito, di quel canto, del loro modo di dire oramai incomprensibile;
ma non per questo privo di significati e vigore. La
ricerca sul campo è ancora uno strumento validissimo di comprensione
e documentazione dei fenomeni musicali derivanti dalle culture di tradizione
orale. In pacifica opposizione a quanti sostengono l’assoluta inutilità
della ricerca oggi, (vuoi perché è stato documentato tutto il possibile;
vuoi perché non ci sarebbero oramai testimoni viventi) diremo che i
risultati sono inaspettatamente strepitosi; se non per le scoperte inedite
o scoop su documenti unici, sicuramente per l’arricchimento umano che
se ne trae. Ricerca è bello! Potremmo dire…e fa bene alla salute del
ricercatore e dell’intervistato. Ho visto occhi di anziani e anziane
brillare e inumidirsi al solo ricordo di un evento della giovinezza;
ho toccato mani secche e tremanti, ma calde e vogliose di vita, che
quando ti stringono ti chiedono, mute, di non andare più via. In quelle
facce vedi in un attimo come eravamo, come saremo. La zona montana della
provincia di Siracusa, l’altipiano degli Iblei, caro a Cerere, è morfologicamente
una terra di confine, o di continuità con il Maghreb tunisino, nella
quale l'intricata rete di muri a secco testimonia una antica presenza
dell’uomo. L’abitante di quei luoghi è stato da sempre legato e rispettoso
della natura, dedito alla pastorizia e al lavoro nei campi. La melodia
del suo canto, l’accento inconfondibile della sua parlata, non si è
formato così, per caso! Il suono è una frequenza che reagisce, modificandosi,
alle temperature, ai colori, a tutte le vibrazioni contigue che concorrono
a formarlo; ogni corpo, vivente o minerale, ha una sua vibrazione che
influenza l’ambiente circostante. Il “suono ibleo” è la risultante della
"dolcezza” di quel territorio, del bianco delle sue cave, degli
intensi profumi di platani, lecci e roverelle. È come se la materia
distillasse in spirito, incorporeo. O forse è vero il contrario se sul
Libro dei Libri è scritto “All’inizio fu il Verbo”, in quanto parola,
suono. Forse è proprio la frequenza che solidifica. Queste vibrazioni
le ritrovi ascoltando i canti dell’aia; quando il contadino, al centro
dello spiazzo per la “spagliata” incita l’animale (un cavallo, un mulo)
“Vacci cuntenti e nun t’abbannunari – cu s’abbannuna di la pena muori!”.C’è
una notevole differenza fra i canti della trebbiatura da me raccolti
a Ferla, Sortino, Cassaro, Canicattini Bagni e simili melodie di altre
zone della Sicilia. La naturale propensione al “melisma” (il gorgheggio
finale, con cui il cantore indugia e gioca melodicamente sull’ultima
sillaba) è molto comune, da queste parti; e ti rapisce per il suo acuto
lirismo. Ed è una caratteristica riscontrabile anche nei canti d’amore
(le serenate), come nelle novene natalizie; nelle filastrocche, come
nei diesilli (da dies irae, canti funebri). La
provincia di Siracusa ha pagato un prezzo fin troppo salato alla industrializzazione
ed alla conseguente fuga dalle campagne. Si sono tranciate di netto
tradizioni secolari di cui non si ha alcuna continuità nella nostra
epoca (pensiamo alla drammatica scomparsa di tutto il sapere legato
alla cultura popolare marinara). In questo progressivo ed inarrestabile
sgretolarsi di tradizioni culturali (già ampiamente documentato dallo
studioso Antonino Uccello) la zona iblea ci appare come l’ultima oasi
protetta; una realtà dove ancora oggi (anche se a fatica) si tutelano
e perpetuano aspetti rituali dal vetusto passato. Ho ultimato quest’anno
la registrazione sul campo della Novena natalizia di Ferla che viene
eseguita, esattamente come cento anni fa, dai cantori locali. Un gruppo
di quattro giovani musicisti (fisarmonica Salvatore Pantano, friscalettu
Salvatore Pisasale, Sebastiano Gallico e Paolo Garro le due voci) che
agli angoli delle stradine, davanti ai presepi, nelle edicole votive,
esegue una trentina di quartine che raccontano del viaggio della Madonna
a Betlemme. È un concentrato di miele di timo. Ascoltate: “E la pioggia
ca cadieva (in qualsiasi altro posto della provincia si direbbe
careva) – lu gran friddu e la jlata – quantu mali ci faciva (per
gli altri sarebbe faceva) a la Virgini Sagrata.” Così come a
Canicattini Bagni per la Settimana Santa si esegue ancora ‘u lamientu
al SS Cristo. Anche nei riti canonici della Chiesa di S.Antonino a Ferla
ho potuto documentare due orazioni in lingua siciliana antica: la coroncina
per la Madonna del Carmelo e l’Ottavario dei Defunti. Brani cantati
dal giovane parroco e dall’intera comunità di fedeli.
Per quel poco che può servire, tutta la nostra gratitudine a
queste comunità che con semplicità e fermezza manifestano quel rispetto
verso le proprie radici, che altrove, solo a qualche chilometro di distanza,
sembra non importare più a nessuno.
Carlo Muratori