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Giovedì, 29 luglio 2010


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La lista della spesa maggio 2008

La lista della spesa aprile 2008

La lista della spesa marzo 2008

La lista della spesa febbraio 2008

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La lista della spesa dicembre 2006

La lista della spesa novembre 2006

Alle radici
del suono ibleo.


Morte e Resurrezione
d''u lamientu di Canicattini Bagni (sr)


Tradizioni e tramutamenti

Musica e buatte

Siciliani doc

Fratelli e Sorelle

Il Canto degli occhi

Traccole e campane

Scusate se parlo d'alberi

Storie d'amore

Stasera si replica

La musica in piazza

Sammastianu di Belvedere





Alle radici del suono ibleo
1 Marzo 2002

Ripercorrere le tracce del suono. Stabilire un contatto con le radici della memoria. Cercare per trovare risposte e ri-trovarsi per pacificare così l’inquietudine dello smarrimento. Tentare di far coincidere il solo pensarsi come parte di una comunità, oramai impercettibile, e la reale visione della propria identità. Per un musicista dai repertori tradizionali (ma per chiunque soffra di inquietudine) è tappa d’obbligo, saltuariamente, andare ad abbeverarsi alla fonte, chiedere agli anziani di vincere la proverbiale stanchezza e riluttanza , per raccontarsi ancora una volta, per raccontarci di quel rito, di quel canto, del loro modo di dire oramai incomprensibile; ma non per questo privo di significati e vigore. La ricerca sul campo è ancora uno strumento validissimo di comprensione e documentazione dei fenomeni musicali derivanti dalle culture di tradizione orale. In pacifica opposizione a quanti sostengono l’assoluta inutilità della ricerca oggi, (vuoi perché è stato documentato tutto il possibile; vuoi perché non ci sarebbero oramai testimoni viventi) diremo che i risultati sono inaspettatamente strepitosi; se non per le scoperte inedite o scoop su documenti unici, sicuramente per l’arricchimento umano che se ne trae. Ricerca è bello! Potremmo dire…e fa bene alla salute del ricercatore e dell’intervistato. Ho visto occhi di anziani e anziane brillare e inumidirsi al solo ricordo di un evento della giovinezza; ho toccato mani secche e tremanti, ma calde e vogliose di vita, che quando ti stringono ti chiedono, mute, di non andare più via. In quelle facce vedi in un attimo come eravamo, come saremo. La zona montana della provincia di Siracusa, l’altipiano degli Iblei, caro a Cerere, è morfologicamente una terra di confine, o di continuità con il Maghreb tunisino, nella quale l'intricata rete di muri a secco testimonia una antica presenza dell’uomo. L’abitante di quei luoghi è stato da sempre legato e rispettoso della natura, dedito alla pastorizia e al lavoro nei campi. La melodia del suo canto, l’accento inconfondibile della sua parlata, non si è formato così, per caso! Il suono è una frequenza che reagisce, modificandosi, alle temperature, ai colori, a tutte le vibrazioni contigue che concorrono a formarlo; ogni corpo, vivente o minerale, ha una sua vibrazione che influenza l’ambiente circostante. Il “suono ibleo” è la risultante della "dolcezza” di quel territorio, del bianco delle sue cave, degli intensi profumi di platani, lecci e roverelle. È come se la materia distillasse in spirito, incorporeo. O forse è vero il contrario se sul Libro dei Libri è scritto “All’inizio fu il Verbo”, in quanto parola, suono. Forse è proprio la frequenza che solidifica. Queste vibrazioni le ritrovi ascoltando i canti dell’aia; quando il contadino, al centro dello spiazzo per la “spagliata” incita l’animale (un cavallo, un mulo) “Vacci cuntenti e nun t’abbannunari – cu s’abbannuna di la pena muori!”.C’è una notevole differenza fra i canti della trebbiatura da me raccolti a Ferla, Sortino, Cassaro, Canicattini Bagni e simili melodie di altre zone della Sicilia. La naturale propensione al “melisma” (il gorgheggio finale, con cui il cantore indugia e gioca melodicamente sull’ultima sillaba) è molto comune, da queste parti; e ti rapisce per il suo acuto lirismo. Ed è una caratteristica riscontrabile anche nei canti d’amore (le serenate), come nelle novene natalizie; nelle filastrocche, come nei diesilli (da dies irae, canti funebri). La provincia di Siracusa ha pagato un prezzo fin troppo salato alla industrializzazione ed alla conseguente fuga dalle campagne. Si sono tranciate di netto tradizioni secolari di cui non si ha alcuna continuità nella nostra epoca (pensiamo alla drammatica scomparsa di tutto il sapere legato alla cultura popolare marinara). In questo progressivo ed inarrestabile sgretolarsi di tradizioni culturali (già ampiamente documentato dallo studioso Antonino Uccello) la zona iblea ci appare come l’ultima oasi protetta; una realtà dove ancora oggi (anche se a fatica) si tutelano e perpetuano aspetti rituali dal vetusto passato. Ho ultimato quest’anno la registrazione sul campo della Novena natalizia di Ferla che viene eseguita, esattamente come cento anni fa, dai cantori locali. Un gruppo di quattro giovani musicisti (fisarmonica Salvatore Pantano, friscalettu Salvatore Pisasale, Sebastiano Gallico e Paolo Garro le due voci) che agli angoli delle stradine, davanti ai presepi, nelle edicole votive, esegue una trentina di quartine che raccontano del viaggio della Madonna a Betlemme. È un concentrato di miele di timo. Ascoltate: “E la pioggia ca cadieva (in qualsiasi altro posto della provincia si direbbe careva) – lu gran friddu e la jlata – quantu mali ci faciva (per gli altri sarebbe faceva) a la Virgini Sagrata.” Così come a Canicattini Bagni per la Settimana Santa si esegue ancora ‘u lamientu al SS Cristo. Anche nei riti canonici della Chiesa di S.Antonino a Ferla ho potuto documentare due orazioni in lingua siciliana antica: la coroncina per la Madonna del Carmelo e l’Ottavario dei Defunti. Brani cantati dal giovane parroco e dall’intera comunità di fedeli.  Per quel poco che può servire, tutta la nostra gratitudine a queste comunità che con semplicità e fermezza manifestano quel rispetto verso le proprie radici, che altrove, solo a qualche chilometro di distanza, sembra non importare più a nessuno.

Carlo Muratori

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