CATASTROFI
E STORIE DI POPOLO
Terremoti ed eruzioni nella cultura popolare
(ed.
Terzopiano Siracusa)
La
cassetta contiene due personalissime re-interpretazioni di Carlo
MURATORI dei canti dei cantastorie che narrano i terribili eventi
del terremoto del 1693 e dell'eruzione dell'Etna.
Trecento
anni dopo gli eventi sismici che il 9 e 11 gennaio 1693 produssero
la rovina delle città della Sicilia orientale e in particolare
del Val di Noto, le ricerche di carattere urbanistico e architettonico
tessute - in accordo con il pensiero di Braudel -, con gli aspetti
etnologici ed antropologici del territorio, permettono di chiarire
meglio la dimensione, gli effetti, e le ripercussioni dell'evento.
Il
persistere, nella tradizione orale, del ricordo della tragedia,
anche se - come sottolinea Luigi Lombardo - le catastrofi naturali
o altre di natura socio-economica hanno sempre influenzato i
canti e le "storie" del popolo siciliano, evidenzia
i profondi mutamenti apportati dal terremoto ai ritmi della
quotidianità..
Le
città, distrutte "senza restar pietra su pietra",
privarono le comunità di riconoscere, nei tessuti urbani di
appartenenza e nelle evoluzioni stilistiche delle architetture
civili e religiose, la stratificazione delle proprie esperienze
storiche e culturali. Il 1693 è dunque un momento di frattura
violentemente imposto e per questo ancora più difficile da cancellare,
anzi da tramandare con nenie e canti per ridare entità ai luoghi
della memoria. E'anche momento di riflessione e di confronto
delle coscienze; di disperazione, di ruberie, di donazioni e
di atti votivi ad effigi sacre che le "cronache" e
i documenti del tempo registrano; di castigo - per la chiesa
- a dimostrazione dell'ira divina. Nei canti popolari quest'aspetto,
forse proprio per la difficoltà di spiegazione del fenomeno
sismico e per la suggestione in esso implicito, trova ampia
applicazione.
Nei canti si citano i nomi di ogni città perduta, sottolineandone
gli elementi strutturali, devozionali e sociali che nell'ambito
territoriale le caratterizzavano: le sette "affacciati
" di Lentini, il campanile e le "criesie " di
Palazzolo, "Sam-mastiano" di Melilli, gli ori di Noto,
l'ubicazione a "pendio " di Sortino, il castello di
Modica.
La necessità della sopravvivenza impose comunque la ricostruzione.
Noto "resi li Meti a fabbricar! Raula (Avola) cala vasciu
alla marina" recitano i versi di Tano Accaputu.
I mutamenti di sito o la riedificazione progettata sul medesimo
suolo portarono a soluzioni planimetriche diverse, ma gli elementi
architettonici in sintonia con le forme del barocco europeo
- rese più fluide dall ' influenza della tradizione classica
- produssero nuovi ritmi spaziali in una visione di unicità
stilistica. "Magister", "fabriceri", "intagliatori",
- esperti conoscitori delle possibilità plastiche della pietra
da taglio iblea -, attraverso un uso della decorazione variamente
ispirata alla foglia d'acanto e ad una iconografia umana intrisa
di teatralità, saranno artefici di una scenografica architettura
voluta da committenze che se ne avvarranno per riaffermare i
propri privilegi.
Le poesie continueranno a trasmettere il senso popolare dell'evento
sismico vissuto come castigo divino e come penalizzazione dell
'avidità e della superbia. La raccolta offertaci da Luigi Lombardo
è un riferimento culturale che permette, in questo trecentesimo
anniversario del terremoto del 1693, una lettura degli eventi
attraverso i documenti. La storia in poesia dialettale,.anche
se inserita in un contesto surreale e leggendario, è testimonianza
e documento
i poeti siciliani, afferma il Pitrè, "cantano
" solo i fatti a loro contemporanei di una realtà della
quale si vuole trasmettere sia l'avvenimento quanto le suggestioni
e i significati inconsci della collettività.
Francesca
Gringeri Pantano